UN SIGNIFICATO PER CUI VIVERE

Vi sono persone che vedono il mondo come una collezione inesauribile di cose belle da scoprire e ne vanno in cerca come in un’avventura, leggeri; amano la terra; camminano su di essa in clima fraterno, con curiosità e gratitudine; si riempiono occhi e anima di sorprese e di gioia. Preferiscono guardare il lato bello delle cose; dicono che è meglio e che fa bene. Non si lasciano affondare. E contagiano gli altri della loro forza e della loro gioia. E’ un regalo della vita incontrare queste persone.
Altri si trascinano per le strade con zoccoli di piombo senza sapere dove e perché; e quando non si sa dove si va ci si trova sempre dalla parte opposta. Camminiamo col capo chino per contare i rovi, caricandosi sulle spalle un fardello pesante che chiamano vita senza guardare che cosa c’è dentro. Con tutti coloro coi quali s’incontrano fanno a gara a chi ha pianto e sofferto di più; si offendono e si arrabbiano se qualcuno sostiene di essere più infelice di loro; sembra che faccia a loro un torto. Hanno paura di essere felici e più ancora di apparirlo; soprattutto hanno paura di scoprire qualche motivo per esserlo; aprono gli occhi la mattina malvolentieri; non sanno ridere; se si sorprendessero in uno specchio a ridere si vergognerebbero come di una colpa, come se tradissero il loro destino. Hanno una frase alla quale sono particolarmente affezionati: “Ma che cosa ho ricevuto dalla vita? Niente!”. Avversità e disgrazie sono un po’ il patrimonio di tutti i mortali; ma qualcuno se ne fa un mantello, un sacco a pelo e vi fissa la sua abitazione.
L’assenza d’uno scopo nella vita si traduce in una sensazione di vuoto esistenziale come se si fosse al mondo per sbaglio e non si riuscisse a capire che cosa ci si stia a fare; è la sensazione di sfiorare la vita, di camminare ai bordi del mondo con la gente viva dentro che va e viene, di essere tagliati fuori dal gruppo. Da qui un senso di smarrimento e di inutilità, un giudizio negativo, quasi un compiangimento su di se stessi come su una persona priva di valore che va alla deriva. Si ha l’impressione di costeggiare il nulla senza alcun motivo per non lasciarsi cadere; non ci si uccide, ma si vorrebbe non essere. Si è immobili sull’orlo dell’abisso. Come si espresse una paziente: “A volte mi dico: ecco, ora mi fermo e mi lascio morire”.
E’ stupefacente costatare quanto uno scopo, o generale che orienti tutta la vita, o spicciolo che la animi giorno dopo giorno, sia in grado di travolgere termini e realtà quali resa, rassegnazione, vuoto, buio, spossatezza, tristezza, commiserazione di se stessi… La presenza d’un significato per cui vivere è determinante nel configurare l’immagine di se stessi, il proprio destino, il posto che si occupa nel mondo, la relazione con gli altri, il ruolo in quanto insieme di attese da parte degli altri e di risposte da dare; determinante soprattutto nello stimolare le energie interiori e nello stabilire il proprio rapporto con il compito e la gioia di vivere. Giuseppe Colombero

Da “Dalle parole al dialogo- Aspetti psicologici della comunicazione interpersonale”, ed. Paoline, Cinisello Balsamo MI, 1987, pp. 109-111.