Trasformati dall'Africa


Il mistero della bellezza


Rispondere all'odio con l'amore


La mia infanzia


Per amore...


Capire il progetto di Dio


Il posto più bello dell'India


Madre Teresa, l'angelo dei dannati


Padre Pio, un testimone della Croce


Brevissime dalle "Stelle"

 



 
Appare spesso di guardare senza neppure vedere, di sentire senza però arrivare ad ascoltare, di vivere senza gustare appieno il sapore sei momenti assolutamente unici ed irripetibili. Si perdono, così, occasioni preziose. Ci si lascia vivere, ma non si è parte della vita ed in sintonia, in armonia con essa. Allo stesso modo fissare un'immagine sulla pellicola è solo fotografare se non si è davvero fermato, trattenuto in quell'immagine un attimo do vita, in tutta la sua potente, vitale caria espressiva. Riuscire a farlo, quasi a far pulsare il cuore di un'immagine apparentemente inerme al ritmo del proprio, è privilegio di pochi. "C'era energia e una sorta di potenza nel suo modo di lavorare. Non si limitava ad aspettare la natura ma ne prendeva gentilmente possesso, la conformava ai suoi bisogni adattandola alle immagini della sua mente. Imponeva la sua volontà allo scenario, controbattendo ai mutamenti della luce con obiettivi differenti, pellicole diverse occasionalmente con un filtro. Non si limitava a combattere, bensì esercitava il proprio dominio usando l'abilità e l'intelletto. Ma il modo in cui Robert Kincaid modificava la natura era elastico, e a lavoro ultimato lasciava sempre che le cose riacquistassero la forma originaria."
 

Da: "I ponti di Madison County" di Robert James Waller, Ed. Frassinelli,

Piacenza, trad. di Maria Barbara Piccioli, p.86

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Trasformati dall'Africa

L'Africa è incredibile, ha un potere unico e grande: quello di farti innamorare. Ti fa innamorare della natura stupenda, dei suoi mille colori e profumi, dei suoi ritmi e suoni ma soprattutto ti fa innamorare delle persone, della gente. Abbiamo incontrato tante persone, il più delle volte anche molto povere, ma ricche di serenità e di dignità pronte a donarti anche quel niente che possedevano. Abbiamo incontrato tanti bambini e tutti stupendamente belli. Durante i concerti che abbiamo fatto nei villaggi loro erano sempre in prima fila, pronti a ballare quando il ritmo si faceva più sostenuto. Te li trovavi sempre attorno con quei loro occhioni furbi e curiosi. Pensavamo di andare in Africa e poterla trasformare e invece l'Africa ci ha trasformati. Ci ha fatto riflettere sul troppo tempo che sprechiamo nel rincorrere cose inutili o comunque superflue; ci ha insegnato ad ascoltare ed accorgerci del bisogno di chi ci è acanto; ci ha detto che tutti abbiamo qualcosa da poter donare e che mai niente va sprecato. Ci ha aiutati a guardarci dentro, a fermarci, a pensare a noi stessi, alla nostra vita, alle nostre scelte, ai nostri progetti. Spesso la sera ci si ritrovava in chiesa a riflettere e a pregare lì davanti al tabernacolo, in silenzio, quasi si aspettasse da un momento all'altro che qualcuno ci parlasse. E alle volte sembrava proprio di sentire qualcosa. Forse era il vento, forse il verso di qualche animale, forse era... Dio. E certo che in questa atmosfera qualcuno di noi ha anche pianto giustificando poi gli occhi lucidi con un improvviso raffreddore. Tutto questo e molte altre cose è l'Africa. Il nostro desiderio è quello di ritornarci presto e questa volta ritornarci da innamorati.

Claudio Venturi da "Il missionario", ottobre 1997

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Sopra: "Ara macao", pappagallo sud americano attualmente in pericolo di estinzione.

Ve lo immaginate voi uno come me libero nel suo habitat naturale? No, avete ragione. Nessuno ha la minima idea di quale sia la nostra vita di uccelli liberi. Hanno scelto me per dar voce alle migliaia di pappagalli, amazzoni, parrocchetti, cocorite, cacatua che finiscono in gabbia per compiacere i gusti degli uomini e alleviare le loro solitudini. Ecco la mia storia. Mi hanno strappato dall'Amazzonia quando avevo si e no dieci giorni, mi hanno messo in una scatola da scarpe insieme a mio fratello e ci hanno caricato su un aereo di linea. Chi stava con me è morto. Io sono stato trasferito in una delle vostre farneticanti città e da allora vivo su un trespolo di plastica. Sguscio semi di girasole dal mattino alla sera e devo sopportare chi viene a le penne e a dirmi le stupidaggini che dovrei ripetere. Di me hanno detto che sono l'uccello più longevo del mondo, il più intelligente o il più scemo e che quando sono depresso e mi strappo le piume con il becco dovrei andare dallo psicanalista. Io non ho bisogno dello "strizzacervelli"; toglietemi dal trespolo e riportatemi nella foresta. Allora capirete chi sono: mi vedrete sfrecciare come un lampo rosso e blu tra i rami, fare acrobazie dove gli alberi toccano il cielo. Mi piace guardare il mondo dall'alto e potrei insegnarvi molte cose.

Da "Soprattutto" n° 28, pag. 110, allegato a "Il secolo XIX", Genova

Sopra: Punto di osservazione elevato, nella Foresta. Foto da National Geographic S., n. 18, 1990.


Il mistero della bellezza

Si sa come sono certi periodi: frenetici e scontenti, e sembra che tutto vada storto. Le scadenze arrivano sempre troppo presto e qualche volta tolgono il sonno. Arrivi a casa già nervoso e trovi musi lunghi e non riesci a capire perché sia il caso di fare tante storie per cose da nulla. La moglie si risente per una battuta infelice: ah quella mania di fare lo spiritoso! I ragazzi non la finiscono di litigare tra loro per sciocchezze. A finire l'opera una sera entrando in garage troppo in fretta prendi la curva stretta e la fiancata della macchina resta tutta segnata: la rabbia è che non puoi dare la colpa a nessuno! Che vita balorda! Ma, ecco, la mattina dopo percorrendo la strada di sempre, dopo giorni di nebbie e foschie, ti sorprende la bellezza! Sono le montagne nitide, fatte così vicine dal vento della notte; è la magia che la luce riversa sui boschi e sui prati; è l'azzurro incredibile di un cielo che ti sembra appena creato apposta per te. Allora la tensione si scioglie in una commozione che s'arrischia persino a trasformarsi in un pianto come di un bambino.

Card. Carlo M. Martinida "Lo Spirito Santo in famiglia", ed. ITL S.p.A., Milano, 1997, p.6

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Il nome di gerusalemme deriva da "Shalom" pace, "Urusalin" in cananeo e "Yerushalaim" (città della pace, in ebraico) Cio non ha impedito alla città di venire parzialmente o totalmente distrutta ben 18 volte nel corso della storia. Nell'anno 132 i Romani non solo rasero al suolo la città e la coprirono in parte con un terrapieno tale da renderla irriconoscibile, ma addirittura le tolsero il suo nome e la chiamarono "Aelia Capitolina". La località di Gerusalemme era nota fin dall'antichità, a partire dall'epoca dei Gebusei. 3000 anni fa il re Davide ne fece la sua capitale e suo figlio Salomone vi fece edificare un tempio fastoso destinato a ricevere l'Arca dell'Alleanza che Mosé aveva portato dal Sinai. La strada che portava al tempio, probabilmente un giorno venne percorsa da Gesù e dalla sua famiglia, in visita alla città santa. Nello stesso tempio, i suoi genitori, lo ritrovarono dopo tre giorni di ricerche, mentre ascoltava ed interrogava i dottori. Alla fine del VII secolo il califfo di Damasco fece edificare a Gerusalemme, sulla roccia sacra su cui un tempo si elevava il tempio di Salomone, la magnifica "Cupola della roccia", santuario ottagonale rivestito di ceramica e coronato da una cupola dorata.

Sopra: Gerusalemme, fedeli in preghiera alla "Moschea della Roccia", foto da Gente Viaggi, aprile 1995


Rispondere all'odio con l'amore

Martin uscì sul portico. In un certo senso era l'ora più importante della sua vita. Era stata lanciata una bomba sulla sua casa, sua moglie e la sua bambina avevano corso il rischio di essere uccise: era la prima volta che doveva superare i suoi principi cristiani e le sue teorie sulla non violenza. Il suo aspetto grave, calmo, soggiogò quella massa furibonda, e quando alzò la mano si fece subito silenzio: tacquero tutti nella maniera più assoluta, dagli adulti ai ragazzi ormai eccitati fino all'inverosimile, ai poliziotti che cupi ed impauriti s'erano raggruppati accanto agli scalini del portico. Con voce calma, M.L. King disse: "Mia moglie e la bambina stanno bene: desidero che voi ve ne torniate a casa e deponiate le vostre armi. Non possiamo risolver rispondendo con la violenza. Dobbiamo affrontare la violenza con la non violenza. Dobbiamo far sì che loro sappiano che li amiamo. è così che dobbiamo vivere, rispondendo all'odio con l'amore".

Coretta King

da "La mia vita con M.L. King" ed. Mondadori, Milano

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La mia infanzia

Quando nacque mio fratello, io avevo ventidue mesi. Non ricordo nulla di quell'evento, ma una cosa è certa: non ne ero entusiasta. Un po' per rabbonirmi, un po' per non sentirmi frignare, mi spedirono dalla zia. Fu così che iniziò il periodo più bello della mia vita. Mia zia era giovane, bella e tutta per me. Fino all'eta della scuola poeti, così, appagare il desiderio di avere una mamma tutta mia, da non spartire con nessun altro. La vidi quando andò a sposa: tutta bianca, eccetto il rosso delle guance. Poi i figli, uno, due, tre, quattro, cinque. puntualmente, uno all'anno, arrivavano e venivano su come virgulti, tranne ne due coppie di gemelle che non sopravvissero a lungo. vedevo mia zia, di volta in volta, col suo nuovo nato tra le braccia, fiduciosa e paziente. Dodici figli in dodici anni. Ma aveva tanto amore dentro, che riusciva a darne un po' a tutti. Più di una volta, ricordo di averla con l'ultimo attaccato al seno, il penultimo che le dormiva in collo, il terzultimo che le si aggrappava alla gonna, e... il prossimo che cresceva in grembo. Mia zia non era solita a fare la predica a nessuno, o elencare cosa dovrebbero fare o non fare gli altri. Non diceva nulla, neppure al marito, che la domenica aveva un debole per le carre e per le bocce, ne si sarebbe mai sognata di esclamare: "Guarda che vita è toccata a me!". Ma era semplicemente la sua vita a parlare. Con tutti quei figli che gli ronzavano intorno, ella riusciva a fare tutto quello che era necessario. Nella pentola c'era sempre la minestra per tutti; e per tutti, pane di casa nella madia, e latte fresco, e biancheria pulita. Ma c'era, soprattutto, sempre posto per tutti nel suo cuore. Oltre ai piccoli, che puntualmente arrivavano uno all'anno, ella dovette accudire, per anni, ad una minuscola gemella malaticcia: Giacomina. A sei anni pesava poco più di quando era nata, ma le era cresciuta la testa che, per il peso, non riusciva a mantenere ritta. E con la testa, era cresciuto il cervello. Giacomina capiva tutto, anche se riusciva a parlare solo coi suoi grandi occhi, azzurri ed indimenticabili. Mia zia amava Giacomina in un modo unico. La teneva in braccio più che poteva, reggendole adagio il capo penzoloni, con una dedizione struggente. Neppure in quel periodo la udii lamentarsi. Aveva soltanto aggiunto alla lista delle preghiera serale, che recitavamo tutti insieme nella grande cucina, questa, composta da lei: "Signore, prima di prendere la mamma, prendete Giacomina!". Fu esaudita! Giacomina morì, pochi giorni prima di lei. Almeno così mi pare. La casa di mia zia era a mezz'ora dal paese. La si raggiungeva per un viottolo di terra battuta, largo meno di due metri, dove passavano i carri da buoi. I carri scavavano buche, e i carrettieri le riempivano di pietre. Le pietre facevano ballonzolare i carri, i quali scavavano altre buche. Il risultato era una strada a fondo sconnesso, dove si poteva camminare diritto, a patto di guardare dove si poggiavano i piedi. quando pioveva ciò era ancora più necessario. Bastava un attimo di distrazione e si finiva nell'acqua limacciosa fino alla caviglia. "Un uomo vale tanto quanto è il fango che è riuscito ad evitare", soleva dire mio nonno; e lo diceva, non solo in senso metaforico. A quei tempi i soldi erano scarsi, ed i contadini camminavano scalzi più che potevano: sia perché i piedi non avevano bisogno di lucido, sia perché non occorreva risuolarli. La casa di mia zia, non era meno scomoda della strada. Vi mancava la luce elettrica, il pavimento, il rubinetto, i caloriferi, il frigorifero, la lavatrice. Queste cose erano però sostituite da cose analoghe, anche se un po' meno comode: un lume a petrolio, lastre di pietra - per pavimento - secchi di ferro zincato, una stufa a legna, la fontana, le braccia di mia zia. Il lume a petrolio faceva un po' meno luce delle lampadine, ma ci dava l'unico odore che non fosse campestre: le lastre di pietra erano diseguali nello spessore e nel colore, le loro fessure ci consentivano di poter gustare il profumo del fieno che stava sopra di noi, e quello del maiale, che stava sotto di noi; i secchi zincati conservavano l'acqua fresca e dava ad essa un po' il sapore di città, quello dello zinco; la stufa ci scaldava due volte: quando bruciava la legna e quando ci costringeva ad andare in cerca della legna da bruciare. Sulla fontana e sulle braccia di mia zia, non c'era nulla da obiettare: erano entrambi fresche ed infaticabili. Queste scomodità non mi impedivano di preferire la casa di mia zia a qualunque altra. Ma il vero motivo non era la casa, era mia zia. Mia zia era giovane, carina ed affettuosa, si chiamava Maria, come mia madre, anche se erano sorelle..., ed era tutta per me. Io la seguivo ovunque: sia che andasse alla fonte o al ruscello, nella strada o nei pascoli; che cucinasse o cucisse, facesse il bucato o governasse la casa. Di lei mi piaceva tutto: il volto, il sorriso, la voce. Sopportavo il lezzo della stalla pur di udirla cantare, mentre mungeva le mucche. Correvo nei pascoli, scorticandomi braccia e gambe coi ginepri e con i rovi, pur di starle accanto. Se andava nel paese a far la spesa, e il cattivo tempo mi impediva di seguirla, o l'aspettavo per ore, col naso appoggiato ai vetri, taciturno ed imbronciato, finchè non sbucava dalla collinetta sotto all'aia. Quando ciò accadeva, io scappavo fuori e le correvo incontro: piovesse o non piovesse.

Giovanni Pastorino

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Per amore...

Per amore, dicono alcuni genitori, abbiamo cercato di nascondere ai figli le ansie, preoccupazioni e difficoltà. Per amore abbiamo avuto paura della loro libertà, che spiccassero il volo per non tornare più. Nel mio ufficio c'è una gabbia aperta con un uccellino, un verdone, caduto dal nido appena nato. Lo abbiamo allevato in mezzo alla confusione della mia scrivania. Da cinque anni, ogni mattina, quando apro la finestra, spicca il volo e se ne va. E da cinque anni, puntualmente, al pomeriggio, torna alla sua gabbia. Penso spesso a questo verdone, al quale molti dei giovani che lavorano con me si sono affezionati. E se un giorno non tornasse? Perché non dovrebbe tornare? Qui è cresciuto e ha trovato protezione, calore, cibo, tutto il necessario! Ma se un giorno, ugualmente, decidesse di non rientrare e si sentisse capace di trovare il cibo altrove, se incontrasse un nido più confortevole, se volesse stabilire, l'uccellino, quando uscire e quando fare ritorno? I miei ragazzi ed io ci rimarremmo male. Forse diremmo he è stato un ingrato. E non sono questi i sentimento di un genitore quando, nella donazione totale del loro amore per i figli, li legano a se con un cordone ombelicale più forte di quello della natura?

don Mario Picchi

da "Riflessioni di speranza", ed. CE. I. S., Roma, 1993, p.19

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Capire il progetto di Dio

Come si può fare a capire qual è il progetto di Dio sulla nostra vita?

La domanda può essere affrontata in un modo molto difficile e può essere affrontata anche in modo molto facile. Non è il caso di scervellarsi per capire; è soltanto importante mettersi nell'atteggiamento di conoscere la volontà del Signore. E questo atteggiamento mi pare magnificamente espresso nella preghiera biblica: "Signore, cosa vuoi che io faccia?".

Nessuno meglio di Dio sa il suo progetto su di noi.

L'importante è che l'atteggiamento di docilità, un atteggiamento di preghiera, presieda a questa ricerca. Pregando, il Signore parla; chiedendo, il Signore ascolta. Ed io sono convinto che è molto più importante il molto pregare per conoscere i progetti di Dio, che non il nostro molto analizzare, il nostro molto arzigogolare.

Anche perché il grosso rischio che noi corriamo è sempre quello di scambiare i nostri progetti con quelli del Signore

card. Anastasio Balestrerò

Da "Ita ad Joseph", deserto di Varazze SV, gennaio 1991, p.3

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Il posto più bello dell'India

Ogni mattina alle sette, una ventina di volontari si presentano alla "Casa dei morenti" per aiutare le suore. Per lo più sono occidentali, spesso studenti universitari, che invece di passare le loro vacanze al sole sulle spiagge di Goa, scelgono di andare a lavorare lì. La prima volta che ci sono arrivato c'era un tedesco impiegato di banca, una donna del mondo della moda di New York, delle ragazze spagnole ed una coppia di italiani in viaggio di nozze. Pulivano i pavimenti, facevano il bagno ai malati, toglievano in un puzzo rivoltante di escrementi, i lenzuoli sporchi e lavavano le materassine blu delle brande. "Questo è il posto più bello dell'lndia!", diceva il tedesco. E non è un "miracolo" che questa donna che cominciò la sua missione con cinque rupie in tasca abbia messo in piedi un impero con quasi 600 case in 122 Paesi nel mondo? Non è un miracolo che abbia reclutato un esercito di più di 4000 suore e monaci e che gestisca questa "multinazionale" senza computers da un ufficetto al primo piano della Casa Madre dove, secondo la regola di povertà della congregazione non c'è una radio, un televisore, non un apparecchio dell'aria condizionata, né un ventilatore, ma solo due vecchie macchine da scrivere a mano? "Una sfida al mondo moderno, Madre? Come la scelta di dare più importanza all'amore che alle medicine? Alle preghiere invece che agli antidoloriferi?", le ho chiesto. "Sì, non siamo delle infermiere, non siamo delle assistenti sociali, siamo delle suore. E i nostri centri non sono degli ospedali, in cui la gente viene curata, sono case in cui, la gente, nessuno la vuole, però, viene amata". " Una volta lei, Madre, ha detto che se ci fosse ancora da scegliere fra la Chiesa e Galileo, lei starebbe di nuovo dalla parte della Chiesa. Ma non è questo un rifiuto della scienza che è oggi la grande fede dell'Occidente?", ho chiesto. "Allora perché l'Occidente lascia morire la gente per le strade? Perché? Perché tocca a noi, a Washington, a New York, in tutte queste grandi città aprire dei posti per dar da mangiare ai poveri. Diamo cibo, vestiti, rifugio, ma soprattutto diamo amore perché sentirsi non amati è ancor peggio che aver fame e freddo. Questa è oggi la grande malattia del mondo. Anche di quello occidentale". Parliamo d'aborto e del fatto che Madre Teresa l'ha definito "la più grande minaccia alla pace del mondo di oggi". "...è male, il male. L'aborto è il male", mi interrompe. "Se una madre è capace di uccidere il proprio figlio che cosa impedisce a noi di scannarci l'uno con l'altro? Niente!". "Ma non le pare che in un Paese come l'India il problema della crescita della popolazione è una delle cause della povertà e della sofferenza che lei cerca di alleviare?", insisto. Madre Teresa non sente ragione". Dice che la vita è sacra, che non tocca a noi decidere e che una coppia sposata può ricorrere, se non vuole avere figli, ai metodi "naturali di pianificazione familiare. Quanto alla povertà, la sua spiegazione mi pare sul momento più convincente di quella di tanti economisti ed esperti di sviluppo: "Dio ha creato noi e noi abbiamo creato la povertà. Il problema si risolverà solo quan do noi avremo rinunciato alla nostra ingordigia". Mi fa pensare a Gandhi. Anche lui non credeva che i problemi dell'umanità potessero essere risolti da una rivoluzione sociale, né da una politica o scientifica, ma da una rivoluzione spirituale. E il messaggio di Madre Teresa finirà, come quello di Gandhi, per essere dimenticato dopo la sua scom parsa? "Il futuro non è affar mio", mi ha risposto. "Nemmeno quello del suo ordine?". "No. Lui provvederà. Lui ha scelto me e allo stesso modo sceglierà qualcuno che continuerà il lavoro". Le ricordo un sogno che lei stessa` ha raccontato. Madre Teresa si presenta a San Pietro e quello, fermo sulla porta, dice: "Via, via. Questo non è posto per te. In Paradiso non ci sono i poveracci ed i baraccati". "Allora riempirò questo posto di quella gente, così poi avrò anch'io il diritto di venirci", gli risponde Madre Teresa. "Ora crede di avercene mandati abbastanza da aver conquistato quel diritto, Madre? Si sente vicina?", le ho chiesto. "Aspetto che mi chiami". "Non ha paura della morte?". "No. Perché dovrei? Ho visto tantissima gente morire e nessuno attorno a me è morto male". S'era fatto tardi e la campana era già suonata due volte per chiamare a raccolta nella cappella al primo piano le suore ed i volontari per la preghiera della sera. E lei voleva andare a prendere il suo posto, inginocchiata su un pezzo di balla. A guardarla quell'ultima volta, in mezzo alla sua gente, mi pareva che le preoccupazioni che tanti "ragionevoli" si fanno sul futuro delle "Missionarie della Carità" fossero superflue. "Se il lavoro che lei e le suore fanno"non è il loro", ma il"Suo", quel lavoro non potrà che continuare. Crederci è quello che conta".

Tiziano Terzari

Da "Madre Teresa, l'angelo dei dannati", in "Corriere della Sera", Milano, 2 settembre 1996, p.7

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Madre Teresa, l'angelo dei dannati

Avevo appena spento il registratore e la stavo ringraziando per il tempo che mi aveva dedicato, quando lei, guardandomi fisso coi suoi occhi azzurri arrossati dall'età, mi ha chiesto. "Ma perché tutte queste domande?". "Perché voglio scrivere di lei, Madre!". "Non scriva di me. Scriva di Lui.. ", ha detto alzando gli occhi al cielo. Poi s'è fermata, ha preso le mie mani nelle sue grandi, tozze e già un po' deformi e, come volesse confidarmi un gran segreto, ha continua to: "...Anzi la smetta di scrivere e vada a lavorare in uno dei nostri centri..., vada a lavorare un po' nella casa dei morenti". Madre Teresa era tutta lì. Poco dopo l'intervista, ha avuto una crisi cardiaca, è stata portata nella Clinica "Woodlands" ed io sono rimasto con in testa quella sua frase che alla fine m'è sembrato dicesse su di lei più di ciò che ero riuscito a mettere insieme fino ad allora. Per due settimane non ho fatto altro che seguirla; ho passato ore nella Casa Madre sulla Circular Road, ho visitato il centro per i lebbrosi, quello per gli orfani, quello per i moribondi, la casa per i ritardati mentali e quella per le ragazze mezze impazzite nelle prigioni. L'ho accompagnata a Guwahati, nello Stato dell'Assam, dove Madre Teresa è andata ad inaugurare il primo rifugio in India per le vittime dell'Aids, un'altra categoria di disperati in questo Paese in teoria così tollerante, ma dove i pazienti che risultano sieropositivi vengono cacciati dagli ospedali, ostracizzati dai villaggi e, una volta morti, non vengono neppure bruciati negli inceneritori comunali, ma buttati via assieme alle immondizie. Son venuto a Calcutta, sulle tracce di Madre Teresa, spinto da una vecchia curiosità: quella per la grandezza umana. Esiste ancora? E come si esprime? Quand'ero ragazzo il mondo mi pareva pieno di "grandi": grandi politici, grandi artisti, grandi maestri. Ora un giovane che si guardi attorno riesce ad identificarne pochissimi ed anche quelli sembrano tutti destinati a durar poco. Miti vengono fatti e disfatti ed anche quei pochi che non appaiono già falsi in partenza, finiscono per cadere sotto i colpi di una moderna iconoclastia determinata a ridurre tutto e tutti a mediocrità. Anche Madre Teresa. Dopo aver goduto per decenni della ammirazione e del rispetto del mondo, due anni fa l'intera vita di questa suora albanese, fattasi indiana, ora ottantaseienne, fondatrice di un nuovo ordine monastico: "Le missionarie della Carità", dedicato ad aiutare "i più poveri dei poveri", è stata messa in discussione. Prima un programma televisivo inglese, poi un libro - tutti e due dai titoli volutamente provocatori e osceni. "L'angelo dell'Inferno" e "La posizione della Missionaria" hanno presentato questa donna, da molti considerata santa, come un'astuta politicante che ha sfruttato le miserie altrui per rendersi famosa, che ha usato dei fondi messile a disposizione dalla generosità del mondo per fondare una sua impresa multinazionale retta con metodi dittatoriali e nelle mani di suore "completamente plagiate". "Madre Teresa è una demagoga, oscurantista, serva del potere", ha scritto di lei il giornalista inglese Christopher Hitchens che l'accusa di aver intrattenuto contatti con ogni sorta di tiranni e ladri da Ceaucescu a Duvalier, da Maxwell ad Hoxha a Keatings, pur di ottenere i loro favori ed i loro soldi. A queste accuse sono seguite quelle secondo cui Madre Teresa non dà un'adeguata assistenza medica alla gente dei suoi centri, tiene segreta la contabilità dei soldi che riceve e costringe in punto di morte hindu e musulmani a convertirsi al cristianesimo. Questi attacchi non hanno particolarmente ferito Madre Teresa. "Signore, perdonali perché non sanno quello che fanno. Pregherò per loro", ha detto a proposito dei suoi critici. Ma negli ambienti vicini alle "Missionarie della Carità" sono rimasti scossi ed il dubbio che qualcosa nella congregazione non andasse è rimasto nella mente di molti. Ho voluto farmi una mia idea della sua opera e, sapendo che per capire Madre Teresa bisogna capire Kaligath, è da lì che sono partito per rifare a grandi tappe il suo straordinario cammino. Già alla porta uno potrebbe bloccarsi disgustato: "Casa per i derelitti moribondi": dice un cartello sbiadito sulla porta. Ancora un passo e si legge: "ll fine più alto della vita umana è quello di morire in pace con Dio". Uno potrebbe voltarsi e tornare indietro in disaccordo con questa interpretazione dell'esistenza. Ma gli occhi cadono su una brandina dove è disteso una sorta di fagotto d'ossa e pelle: un vecchio, ormai senz'età, con gli occhi lucidi e sbarrati, lotta per prendere le ultime boccate d'aria. Una suora gli siede accanto e gli carezza una mano. "L'hanno trovato ieri su un mucchio di spazzatura. Fra poco sarà in Paradiso". Forse il senso di quella scritta sul fine della vita non è, tutto sommato, sbagliato. Kaligath è nella periferia Sud di Calcutta, è una città di per sé disperante e tragica che a volte sembra essere stata messa da Dio sulla faccia della terra per provare che Lui non esiste.

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Padre Pio, un testimone della Croce

Quando un uomo è morto si può dire di lui ciò che si vuole. Ciò è tragico, perchè un morto non può fare smentite. La bara di Padre Pio era ancora aperta e già circolavano voci fantastiche su di lui. Qualcuno disse di averlo visto affacciarsi alla finestra della sua cella. Ad altri è sembrato di vederlo. Lo hanno ripetuto. I giornali lo hanno scritto. I fotografi hanno scattato e pubblicato delle fotografie, dove si vedevano delle normalissime ombre, ma le cui didascalie affermavano che "forse" si vedeva "lui". Una cosa dolorosa e, forse, inevitabile; perchè noi uomini siamo propensi a credere di vedere con gli occhi del corpo che a sforzarci di vedere con gli occhi dello spirito. Pazienza. Questo non toglie, però, che ciò che non è vero debba essere smentito. Tanto più se ciò che non è vero riguarda un uomo morto. Io ero presente ai funerali di Padre Pio e, per amore della verità, debbo dire che non ho visto nulla, mentre ad altri "sembrava" di vedere, come nulla vedevano i bambini presenti: gli unici che non fossero suggestionati da alcunchè. Ciò che, invece, ho visto a S. Giovanni Rotondo, è stato stato sufficiente a convincermi che questo umile frate cappuccino, nonostante le esagerazioni di qualche suo devoto, non era un morto qualsiasi. Questa convinzione me ma sono fatta constatando, soprattutto, il modo nel quale a Padre Pio è stato reso il saluto etremo. All'annuncio che la bara stava uscendo dalla Chiesa, ottantamila, forse centomila persone, sono, di colpo, ammutolite, avvolgendo S. Giovanni Rotondo in un silenzio che è solo possibile "udire" a Lourdes, accanto alla Grotta. Un silenzio che è durato più di mezz'ora e che era determinato da una profonda, spontanea, inspiegabile commozione, che aveva preso, alla gola, tutti.

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Brevissime dalle "stelle"

Il guaio di noi uomini non è che le nostre domande esistenziali rimangano senza risposta. Ma, anzi, è che ne riceviamo troppe. Ognuna diversa dall'altra.

Gigi Marzullo

Chi sa "parlare" con se stesso, non è mai solo.

Robert Redford

"Si " e "no" sono le parole più brevi, ma anche quelle che richiedono più riflessione di tutte le altre, prima di essere pronunciate.

Talleyrand
citato da maurizio costanzo, durante una trasmissione televisiva

D'estate il sole si alza prima che d'inverno, er godersi un po' di fresco.

Teo Teocoli

Un giorno avremo computer così evoluti che sbaglieranno apposta per essere lasciati in pace.

Renzo Arbore

Una volta ho letto questa frase, che mi è piaciuta moltissimo: "La banca equivale ad un posto dove ti prestano un ombrello, quando è bel tempo, e te lo chiedono indietro, quando piove".

Guglielmo Zucconi

Gli occhi della mente hanno questo di buono: non manca loro nemmeno una diottria.

Francis Ford Coppola

La mia ditta mi ha licenziato, mia moglie mi ha lasciato, sono pieno di debiti, eppure di notte dormo come un bambino. Sì, infatti, ogni tre ore mi sveglio e piango.

Francesco Salvi

L'esistenza è tutta in equilibrio tra il "riuscire" a fare determinate cose e il riuscire a "non fare" delle altre.

Alberto Bevilacqua

Vittorio Sgarbi, durante un programma televisivo, ha citato questa frase di Flaubert: "Gli imbecilli sono coloro che non la pensano come noi".

da "Telesette", Milano, febbraio 1993

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